La croce di Alvito è stata segnalata per la prima volta all’interno della chiesa di San Giovanni Evangelista nel 1979, allorquando la Soprintendenza del Lazio ne giudicò urgente il restauro, effettuato nel 1980-1981. Essa si presentava allora nella sistemazione assunta verso il 1682 al momento della ricostruzione della chiesa. Tuttavia gli atti delle visite pastorali della collegiata di San Simeone Profeta, nella stessa Alvito, riferiscono nel 1617 la presenza di una «imago Crucifixi ex ligno supra trabem» che rappresenta l’unico richiamo delle fonti a una croce che possa corrispondere alle caratteristiche dell’opera in oggetto, posizionata «in capite», cioè nella zona presbiteriale, e pendente dal soffitto a travi.
La tavola sagomata a croce, decurtata al momento dell’inserimento nella nicchia tardoseicentesca, presenta la figura centrale del Cristo crocifisso affiancato dai dolenti Maria e Giovanni; le prime due figure sono dipinte su un’unica tavola verticale, mentre quella opposta dell’apostolo è su un’asse innestata. La testa del Crocifisso è un elemento a sé stante e inserito con perni e chiodi per ottenere un’inclinazione in sensibile aggetto.
L’immagine del Cristo è tracciata secondo le coordinate anatomiche della diffusa tipologia dei ‘crocifissi trionfanti’ che ripropongono in un’apparente omogeneità il torso a clessidra, l’addome tripartito, il cingolo del perizoma a nodo complesso, le mani e i piedi trafitti da quattro chiodi. Rispetto agli esempi scalati nel tempo e concentrati in area umbro-toscana delle croci di Sarzana (1138), Rosano (entro il XII secolo) e del Duomo di Spoleto (1187), che possono essere ritenute i precedenti più diretti della croce di Alvito, quest’ultima si distacca per la preferenza accordata all’assoluta frontalità dell’impianto compositivo. I dettagli della figura denunciano una tendenza al naturalismo perfezionata fino al cesello di muscoli e tendini nelle braccia, nelle gambe e nel torace a clessidra, messi in risalto da filamenti bianchi oggi ancora apprezzabili sull’incarnato. Come confermato dalle indagini diagnostiche effettuate in occasione del restauro nell’ambito di Restituzioni, la tavolozza della croce alvitana non è particolarmente ricca – non c’è traccia di oro nelle vesti, né di oltremare naturale – essendo fondata su terre, cinabro, biacca e indaco miscelato al bianco per l’ottenimento della tonalità cerulea del manto della Vergine e più denso sul fondo contro il quale si stagliano le sole braccia del Cristo. La cintura che cinge i fianchi di Gesù e pende sul davanti è in stucco color oro dipinto a settori che simulano le guarnizioni a smalto e che forse in origine erano impreziositi da inserti di pietre a cabochon, testimoniati oggi da una sequenza di fori in posizione allineata ed equidistante. In pastiglia, a pennello e a impressione, è stata imitata l’ornamentazione altrove realizzata con preziose lamine metalliche sbalzate e cesellate, distribuendo sulle aureole motivi a viticci spiraliformi e sul fondo ritagliato dai contorni dei due dolenti una fitta griglia romboidale trapunta di piccole foglie.
Oltre alle numerose incisioni dirette che hanno definito sull’imprimitura il tracciato compositivo e proporzionale dei campi destinati alla stesura dei fondi e alle figure, il disegno a carbone ha delineato con uno segno spesso tutti i dettagli dell’anatomia e dei panneggi delle vesti, comprese le ombreggiature, approntando lo schema definitivo ribadito dal pittore con l’uso del tratto lineare di contorno tracciato con il pennello in bruno e soffusamente sfumato.
L’orizzonte artistico della croce di Alvito appare profondamente calato nel gruppo di opere definibile ‘sublacense-anagnino’ dalle tappe del percorso stilistico espletato dalle botteghe riunite sotto il nome del Pittore Ornatista e del Terzo Maestro di Anagni, e si può forse ritenere frutto della disseminazione in ambito romano-laziale, verso il terzo decennio del XIII secolo, delle esperienze maturate tra Subiaco, Anagni e Roma, nella fase ancora intensamente creativa e più aderente alla cultura bizantineggiante di ascendenza siculo-monrealese.
