Il dipinto presenta la grande novità iconografica del Cristo risorto raffigurato seduto, anziché in piedi, immerso in un suggestivo scorcio di paesaggio roccioso, appena toccato dagli albori di una nuova creazione.
Firmato, è stato considerato dalla maggior parte degli studiosi che se ne sono occupati opera piuttosto tarda, pressoché contemporanea al dipinto con la Chiamata dei figli di Zebedeo (Venezia, Gallerie dell’Accademia) del 1510, o addirittura al Cristo benedicente (Bergamo, Accademia Carrara) del 1517. Lo stile dell’artista tuttavia non risulta compatibile con quello della pala veneziana, ormai tutta giocata su esempi lagunari, da Giovanni Bellini a Giorgione e i nordici. Invece si leggono in trasparenza riflessioni sulla pittura di Carpaccio (in particolare la Meditazione sulla Passione del Metropolitan Museum of Art di New York), ma anche un aggiornamento sul linguaggio dei leonardeschi lombardi presenti a Venezia sul crinale del secolo, e in particolare Giovanni Agostino da Lodi, che realizza diverse pale d’altare per Venezia e il territorio tra 1495 e 1505, a cui Basaiti sembra guardare anche per il tipo fisionomico del Cristo. Nel percorso dell’artista, così come ricostruito dalla critica, si possono notare dei precedenti all’invenzione ambrosiana nella Madonna col Bambino e devoto (Venezia, Museo Correr), per la mano sinistra parzialmente in controluce, e nella Vergine della Sacra Conversazione (Philadelphia, Museum of Art), per la tipologia del volto, mentre di poco precedente deve essere la Santa Caterina (Budapest, Museo di Belle Arti), dove già si esprime la stessa linea di classicismo, segnata dall’eco di Perugino, e si sperimentano soluzioni formali molto vicine, soprattutto nel paesaggio. L’opera, prima del restauro nell’ambito di Restituzioni, presentava problemi conservativi molto seri, dovuti in gran parte a un intervento sul supporto troppo invasivo (1956), che aveva creato notevoli tensioni a livello superficiale, con sollevamenti e distacchi della pellicola pittorica.
