Le due colonnine a candelabra sono attualmente conservate presso il Museo della Certosa di Pavia che raccoglie, tra l’altro, materiale eterogeneo proveniente in vario modo dal complesso della Certosa. Non sono note la destinazione d’uso e la collocazione originaria, tuttavia pare lecito supporre una provenienza dal recinto del cimitero dei monaci, in antico e fino al 1843 posto nel quadrante nordorientale del chiostro grande del monastero.
Stilisticamente uniforme e composta in pezzi di marmo di Carrara scolpito, la prima candelabra presenta un basamento quadrangolare con un putto al centro di ogni faccia e grandi foglie d’acanto angolari che si trasformano in mascheroni con occhi e bocca fortemente incavati. Tre dei quattro putti sono raffigurati nudi e frontali, il quarto è visto di schiena e vestito di una corta tunica aderente. Al ripetersi dei mascheroni si contrappongono le differenti pose dei putti che atteggiano diversamente braccia e gambe. Sopra il primo basamento si innesta un altro elemento a base quadrangolare in cui ogni faccia presenta la stessa decorazione: da ognuno dei quattro bucrani angolari fuoriescono due steli che terminano in due cornucopie e, girando, incorniciano al centro una rosetta. I rilievi, bassissimi nelle volute, nei dettagli fisionomici dei putti, nella veste, nelle scanalature delle foglie, si alzano nei corpi, nei baccelli dei fiori e nei frutti delle cornucopie e acquistano profondità nelle rosette, nelle teste e negli arti fino a staccarsi dal fondo. Bocche e occhi dei mascheroni sono cavità profonde. Una cornice rettangolare raccorda la base poligonale con la sezione circolare della colonna, che è retta da un vaso all’antica con decorazione a palmette, e che consiste in due elementi, uno scanalato e uno baccellato, che slanciano il fusto della candelabra. Il dado che termina il fusto non è completo e al suo interno è visibile una cavità a sezione rettangolare nella quale originariamente doveva essere inserito un terminale metallico, forse una croce.
Molto diversa la seconda colonnina, soprattutto nel gruppo di basamento e nodo, costituito dalla sovrapposizione di parti di origine e materiale diverso, probabilmente di riuso. Il basamento si compone, in successione, di una base in marmo di Carrara dotata di plinto, toro, scozia, toro con foglie d’acanto agli spigoli, un rocchio scanalato ottagonale in marmo di Candoglia, un abaco con collarino e gola in marmo di Carrara. La parte più interessante è, però, il nodo in pietra d’Oira, articolato in sette (l’ottavo è mancante) delfini scolpiti con le teste orientate verso il basso e il corpo verso l’alto. Un foro di innesto in corrispondenza della parte terminale degli animali lascia pensare che dovesse uscire come ulteriore elemento anche la coda, forse a ricciolo. Altri otto fori nella parte in piano sopra il collarino, esattamente corrispondenti a quelli sottostanti, dovevano servire a raccordare le code arricciolate o a innestare altri elementi oggi perduti. La colonnina a candelabra si alza sopra il nodo e presenta un vaso rovesciato, scanalato e decorato a foglie d’acanto, un vaso decorato a pelte e un fusto in cui l’iniziale fogliame si trasforma nuovamente in pelte. Anche per questa candelabra la terminazione, con piccolo nodo a fogliette lanceolate, doveva reggere un sottile elemento metallico. Sul plinto, l’iscrizione in lettere capitali «RESTAURATO 1696» si riferisce con ogni probabilità alla data in cui la candelabra, evidentemente molto rovinata, dovette essere assemblata con i diversi pezzi costituenti base e nodo, nuovi o di riuso, da una parte, e vaso e fusto originari dall’altra. Motivi e modelli figurativi – putti, mascheroni, delfini, volute, cornucopie, rosette, baccelli, pelte, foglie d’acanto – appartengono al repertorio caratteristico della scultura lombarda tra Quattrocento e Cinquecento presente alla Certosa. Dall’intervento di restauro eseguito in occasione di Restituzioni è emerso che le due colonnine devono essere state a lungo esposte all’aperto, forse fino al 1696, data in cui una delle due fu restaurata e integrata con parti di provenienza, materiale e datazione diversa. Da quel momento in poi furono ricoverate al coperto.
