Frutto della trasformazione del precedente assetto della chiesa abbaziale, l’alta e slanciata torre nolare dell’abbazia cistercense di Chiaravalle viene costruita all’inizio del XIV secolo. A decorarne lo spazio interno, le superfici della calotta accolgono un cielo stellato e la raffigurazione dei quattro Evangelisti, accompagnati da altrettanti Profeti o Dottori della Chiesa.
Nel primo registro immediatamente sottostante segue, perfettamente conservata, una teoria di sedici figure panneggiate: otto martiri laici, quattro vescovi e quattro abati, sorta di genealogia dell’ordine cistercense.
Nel secondo registro inferiore, l’area più ampia e visibile del tiburio, segue il ciclo delle Storie della Vergine “post Resurrectionem”, secondo il racconto diffuso dalla “Legenda aurea” di Iacopo da Varagine. I soggetti principali sono così raggruppabili: nella parete sud l’”Annuncio della morte di Maria”; nella parete ovest il “Corteo funebre”; sul lato nord, la “Deposizione del corpo di Maria”, accanto alla rappresentazione della “Dormitio Virginis”; sul lato est, sopra l’arco del presbiterio, l’“Assunzione” e la “Glorificazione della Vergine”, con Cristo e Maria racchiusi in una sfera di raggi fiammeggianti che salgono al cielo alla presenza del Battista e delle gerarchie celesti.
Tra i più importanti dell’Italia settentrionale per ampiezza, ricchezza e complessità decorativa, l’insieme di questi cicli decorativi, così come l’intera ristrutturazione architettonica del complesso cistercense, sono frutto del fervore culturale e artistico che caratterizzò la politica viscontea. Probabile promotore di questo rinnovamento fu Egidio Biffi, legato a filo doppio alle alterne vicende dei Visconti, abate dal 1319 al 1322 e, dopo una breve scomunica, di nuovo dal 1328 al 1329 e dal 1339 al 1354.
Gli affreschi del tiburio si distinguono in due grandi sezioni, distanti tra loro di pochi anni (circa un decennio o poco più), ma molto diverse dal punto di vista artistico ed esecutivo.
La zona più alta della calotta, con gli Evangelisti e i Profeti o Dottori della Chiesa, e il registro con la sequenza di santi e beati, riconducibile per modalità esecutive alla tradizione locale, sono opera databile intorno al 1330 di un autore sicuramente informato delle ricerche prospettiche di Giotto a Padova e delle novità gotiche d’Oltralpe, ma di formazione lombarda, individuato nel cosiddetto “Primo Maestro di Chiaravalle”.
La decorazione del tiburio viene poi completata con la raffigurazione del racconto della morte e glorificazione della Vergine, condotto senza soluzione di continuità lungo tutte le pareti.
L’organizzazione sapiente delle scene, il controllo prospettico dello spazio, la tecnica esecutiva memore dell’esperienza toscana e assisiate, porta oggi la critica ad indentificarne l’autore in Stefano fiorentino, allievo di Giotto.
Nell’ambito delle diverse mani presenti, ora meglio identificabili grazie al restauro, la mano del maestro emerge soprattutto nella scena della “Glorificazione”, ma la sua straordinaria capacità di sintesi si avverte comunque nel disegno di tutte le figure dell’insieme, tanto da confermargli l’invenzione dell’intero ciclo.
Malato, ci informa Vasari, Stefano lasciò Milano improvvisamente. Sarebbe stato quindi operativo qui tra la metà degli anni Trenta e il 1349, anno in cui è ricordato a Firenze poco prima di morire. Le nette differenze stilistiche evidenti sulle quattro pareti sono dovute alla partecipazione di altri maestri dopo la sua partenza.
Cominciato nel 2002 grazie a fondi ministeriali, il restauro è stato preceduto e accompagnato da un’articolata campagna di indagini scientifiche sui materiali e sulle modalità esecutive. La realizzazione di un oculo meccanico ad apertura automatica collocato al vertice della cupola ha dapprima risolto la mancanza di circolazione d’aria e dall’eccessivo calore.
Nel ciclo del Primo Maestro di Chiaravalle, al tradizionale consolidamento degli intonaci, con sostituzione delle vecchie stuccature, pulitura e asporto dei fissativi acrilici utilizzati in precedenza, è seguita la ricucitura in sottotono ad acquerello e a tratteggio delle numerose piccole mancanze sulla parte affrescata e la restituzione all’insieme di una certa unità, attraverso una delicata equilibratura cromatica chiamata a simulare il tono grigio-azzurro che faceva da base all’azzurro intenso su cui originariamente si stagliavano le stelle dorate a rilievo. Ciò ha permesso di suggerire il collegamento ormai perduto tra il cielo stellato, i frammenti dei quattro Evangelisti e dei Dottori della chiesa e le figure di santi sul tamburo.
Sulle pareti con le “Storie della Vergine” lo strato consistente di polvere e sporco depositato sulla superficie e all’interno delle fenditure si accompagnava a numerosi i distacchi tra muratura e i vari strati di intonaco, sollevamenti minuti di colore, aree decoese per l’azione dei sali. Qui si è proceduto al fissaggio della pellicola cromatica e dei frammenti di lamina metallica, al consolidamento delle malte, alla pulitura delle delicatissime cromie secondo meditate scelte metodologiche, supportate da adeguate analisi chimiche e indagini strumentali. L’intervento di restauro è stato poi accompagnato e supportato da un minuzioso studio dell’opera sotto il profilo tecnico-esecutivo e materico, con la realizzazione di centinaia di rilievi, a contatto o a tampone, annotazioni grafiche, osservazioni a luce radente per individuare le giornate, le incisioni, le linee disegnative, i diversi tipi di punzonature, le riprese a secco, i pentimenti, le tipologie di decorazioni a lamina metallica o a rilievo, etc.
La presentazione estetica finale è frutto di un delicato equilibrio tra esigenza di leggibilità e rispetto dei dati tecnico-esecutivi emersi con il degrado. La reintegrazione ha in generale cercato di mitigare le maggiori interferenze visive, attenuando i disturbi più fastidiosi secondo un criterio filologico coerente.
I dati tecnici emersi dal lungo restauro, registrati attraverso centinaia di fotografie, hanno inoltre costituito un supporto per lo studio storico-artistico dell’opera, permettendo di ricostruire, attraverso l’osservazione diretta e ravvicinata, il modo di lavorare delle diverse maestranze attive nel cantiere.
Redazione Restituzioni
