Il cassone nuziale in pastiglia dipinta costituisce un esemplare di rara qualità. Il fronte è diviso in tre scomparti da una cornice a fascia con motivi floreali e cartigli a voluta. Nei due laterali sono raffigurate coppie di leopardi araldici che indossano ciascuno un elmo con alto cimiero a forma di uccello e affiancano uno stemma; nello scomparto centrale compaiono di nuovo due leopardi, disposti ai lati di una fontana. I fianchi sono decorati con rosoni; sul retro è dipinto, con fattura piuttosto corsiva, un gallo tra girali con fiori. Mobile da riposto diffuso sin dal Medioevo, dal XIV secolo il cassone si lega allo svolgimento dei riti nuziali.
Durante la domumductio, la parata che accompagnava la sposa alla sua nuova abitazione, essa recava con sé una coppia di cassoni con il corredo nuziale, che per la ricchezza del contenuto e dell’ornato dimostravano il rango della sua famiglia. La decorazione dei cassoni assume quindi importanza, soprattutto dalla metà del Trecento, dipinta e poi con motivi a rilievo in pastiglia, spesso dorati. L’uso della pastiglia, iniziato nel XIV secolo, prosegue nei due secoli seguenti; in principio si sviluppa in Toscana, diffondendosi poi in Umbria, a Venezia e in Italia settentrionale. Si tratta di uno stucco finissimo che, oltre al gesso e alle colle animali, può prevedere anche uovo, farine, bianco di piombo. I temi decorativi sono inizialmente costituiti da motivi ornamentali o geometrici, oppure animali araldici con gli stemmi degli sposi; in seguito, da figure e ornati di ispirazione classica o scene dipinte. In questo caso la decorazione, dal rilievo molto basso, è spartita da cornici ricoperte da ornati. Fini punzonature sottolineano i dettagli e ornano gli sfondi con motivi di girali. Oltre al trattamento cromatico a finto cuoio, molte parti sono definite dalla policromia, meglio riconoscibile dopo la pulitura: rossi, blu, verdi, gialli sono usati per il prato, i fiori, gli stemmi, i dettagli ornamentali.
Questa tipologia decorativa, che ricorda i preziosi tessuti orientali per la ripetitività dei motivi e la continuità dell’ornato, allude ai cuoi decorati a rilievo, punzonati, spesso in parte dorati e dipinti, usati per rivestimenti e contenitori; una lavorazione preziosa diffusa in Europa e quindi in Italia dalla fine del Medioevo. Il gusto tardogotico, riscontrabile in dettagli quali l’architettura della fontana e i cimieri degli elmi, la tipologia tripartita, il caratteristico fronte bombato, concorrono a circoscrivere la collocazione culturale dell’opera nella produzione norditaliana e in particolare veneta degli inizi del Quattrocento.
Il tema iconografico offre ulteriori spunti. La scritta «AMORE», ancora leggibile su alcuni cartigli della cornice, sottolinea il tema matrimoniale. Le due coppie di leopardi araldici con gli stemmi, purtroppo abrasi, confermano la destinazione nuziale del cassone, che riportava come di consueto l’arme di famiglia dei due sposi. La fontana ottagonale con stelo centrale, anch’essa affiancata da leopardi, è la Fontana d’Amore, a volte confusa con la Fonte della Vita o della Giovinezza. La Fontana d’Amore è elemento centrale del Giardino d’Amore, il locus amoenus reso celebre dal Roman de la Rose e diffuso nell’ambiente tardogotico francese e di lì in quello italiano. Una colta allusione amorosa, che ebbe un buon successo nella decorazione di cassoni nuziali. L’ornamentazione del retro è rara in manufatti che in genere erano accostati a una parete. Si tratta per la verità di una figurazione molto semplice, lontana dall’alta qualità del fronte e dei fianchi: due grandi volute vegetali su sfondo chiaro e un tondo centrale nel quale è vivacemente raffigurato un gallo nero. Forse è possibile che non si sia voluta lasciare allo stato rustico una parte che avrebbe potuto essere notata dal pubblico, durante il trasporto dell’oggetto nel corso del corteo nuziale.
