La basilica di San Marco e il suo tesoro sono da secoli oggetto di una speciale cura da parte della cittadinanza. Alla sua salvaguardia furono preposti fin dal IX secolo i Procuratori di San Marco, una delle più prestigiose e influenti cariche della Repubblica di Venezia. I Procuratori erano nominati dal Maggior Consiglio, erano eletti a vita e curavano l’amministrazione, oltreché della Basilica, anche di tutti i suoi territori. L’istituzione sopravvisse anche alla fine della Repubblica e amministra ancora oggi San Marco e il suo Tesoro. Con il ruolo di Proto di San Marco ne fa parte anche un tecnico qualificato – un ingegnere o un architetto – responsabile della conservazione e degli interventi di restauro.
Nonostante queste particolarissime attenzioni, la Basilica di San Marco è – destino comune a molti monumenti veneziani – sottoposta continuamente all’inclemenza dell’umidità del clima, all’alta marea e agli altri noti problemi connessi anche al difficilmente controllabile afflusso turistico.
Gli interventi di restauro sono pertanto frequenti e l’occasione del nono centenario della consacrazione della basilica è stata l’occasione per avviarne di nuovi. Tra questi riveste un ruolo centrale il restauro del portale maggiore. Si tratta di una delle ventidue porte della basilica, la più importante insieme al cancello della cappella Zen, la cosiddetta ‘porta da mar’. È costituita da due battenti in bronzo decorati con trentaquattro file di quattro archetti ciascuna, disposti a ventaglio, fissate su tavole di legno da borchie con croce a rosetta, secondo un motivo ricorrente sia nell’arte classica che in quella paleocristiana. Il motivo è interrotto, ad altezza d’uomo, da una fila di dieci protomi leonine di fattura romanica. Come è stato possibile determinare grazie alle indagini dendrocronologiche (metodo di datazione basato sugli anelli di accrescimento degli alberi) sui campioni prelevati nel corso del restauro, la porta in legno fu messa in opera intorno al 970-980, quando la basilica dovette essere ricostruita in seguito all’incendio appiccato nella sommossa per destituire il doge Pietro Candiano IV. Le grate in bronzo sono di fabbrica orientale, realizzate probabilmente intorno al VI-VII secolo, e arrivarono a Venezia dopo il sacco di Costantinopoli (1204): la scelta di impiegarle del portale centrale della chiesa più importante della città non fu certamente estranea al progetto di presentare idealmente la Repubblica di Venezia come l’erede della civiltà romana e bizantina.
Sia per i frequenti interventi di manutenzione che per la configurazione stessa della facciata – tutte le aperture del primo ordine sono fortemente strombate e protette dalla pioggia –, all’avvio dei lavori di restauro il portale si presentava in buone condizioni. Le parti inferiori, frequentemente immerse nell’acqua alta, erano le più degradate. Il restauro è stato condotto nel rispetto delle indicazioni dell’Istituto Centrale per il Restauro e delle esigenze liturgiche della basilica. Dopo lo smontaggio del portale, per prima cosa è stata risanata la parte inferiore delle ante in legno, sono stati poi rimossi i chiodi corrosi e puliti tutti gli elementi in bronzo salvaguardandone la patina. Una volta applicate sostanze protettive e anticorrosive su tutta la superficie, il portale è stato rimontato. Tutti gli elementi in bronzo sono stati ricollocati rispettando le posizioni originarie, fatta eccezione per i chiodi e i fiori della parte inferiore che, per essere i più sottoposti all’azione degradante dell’alta marea, sono stati scambiati con i più resistenti elementi di restauro.
Redazione Restituzioni
