Assieme alla contemporanea pala di Donato Creti, l’opera illustra la fase in cui la pittura bolognese raggiunge la massima divergenza, derivando da una comune tradizione. Crespi, immerso nel sentimento dell’esistenza, attento alla verità umana degli esseri viventi e delle cose, si esprime nella libertà di stesura del colore. Creti, proteso nella ricerca estrema di una purificazione della forma, aspira a un’astrazione ideale, che gli consente di trascendere l’esperienza del reale, tramite la mediazione intellettuale del disegno e la massima semplificazione del colore. Identica è la radice originaria nel sentimento naturale dell’individuo, quale parametro della verità dell’arte, così come irradiò dal rinnovamento della pittura sviluppatosi a Bologna, tra fine Cinquecento e primo decennio del secolo successivo, a opera dei Carracci. Proprio questa tradizione si configura ora, tra Crespi e Creti, in divergenza di stili: immersione nella materia e espressione di interiorità psichica, per l’uno; opposta estraniazione in un’estetica di classica trasformazione delle pulsioni sensibili in purezza delle idee, per l’altro. Altro non è che l’avvio dei due grandi modi portanti dell’arte moderna che, tra estetiche neoclassiche e romantiche, qualificheranno i cento anni successivi all’ultimo quarto del XVIII secolo.
Restituzioni 2018. Guida alla mostra
a cura di Carlo Bertelli, Giorgio Bonsanti, Venezia 2018 (guida cartacea)
