Contro uno sfavillante sfondo dorato emerge con forza la figura di Donato, santo patrono di Murano, ripreso frontalmente e a figura intera, con la solennità propria dell’icona.
Lo sguardo sembra volgersi altrove, con espressione distaccata; la barba grigia, finemente tratteggiata, e la mitra sul capo accentuano il carattere intensamente ieratico dell’immagine. L’esibizione del pastorale e di un libro chiuso, simboli del potere ecclesiastico e del sapere codificato, rende ancora più evidente l’autorevolezza spirituale e morale del santo, oggetto della devozione dei due minuscoli personaggi ai suoi piedi. Questi ultimi sono i committenti, il podestà di Murano e la moglie, rappresentanti della comunità civile ed ecclesiastica dell’isola, che vuole essere rappresentata come infinitamente umile quanto infinitamente devota al culto del patrono.
L’opera fu probabilmente eseguita per il duomo di Murano, per adornare l’altare dedicato a san Donato, il cui corpo era stato collocato nella chiesa fin dal 1125. Il dipinto, “vera icona di san Donato”, doveva dunque trovarsi nella Cappella Maggiore, fra la navata centrale e il braccio sinistro del transetto, a rivestire una funzione prettamente devozionale. Poco dopo la metà del Settecento, l’opera, già manomessa da un’arbitraria centinatura, fu spostata sulla parete di fondo dell’abside e quindi marginalizzata.
Sul piano critico, tuttavia, il dipinto è stato oggetto di un costante interesse e di vari studi, incentrati soprattutto sulla questione attributiva. L’ipotesi più accreditata sembra comunque, con Wolfgang Wolters, quella che vede l’opera come un prodotto di bottega, frutto della collaborazione tra un intagliatore/scultore e pittore: bottega che, in seguito al recente restauro, è stata identificata con quella di Marco e Paolo Veneziano, collaboratori di una fiorente impresa artistica a gestione familiare.
Il restauro della pala è stato preceduto da alcune indagini chimiche e stratigrafiche, eseguite su due campioni di colore, allo scopo di acquisire informazioni oggettive sulla natura e la distribuzione dei materiali impiegati dall’artista (colori, leganti, preparazione). Sono state poi effettuate diverse operazioni: la saldatura del colore e della doratura; la disinfestazione del legno dall’attacco di insetti xilofagi; la stuccatura di numerose lacune del colore, dovute all’antica usanza devozionale di inchiodare gli ex voto direttamente alla pala. In particolare si sono colmate e ritoccate pittoricamente tutte le mancanze che interessavano le superfici a rilievo. A restauro ultimato, sono state stabilite alcune disposizioni circa la collocazione della pala, che poteva rimanere nella sede d’origine, ma all’interno di una teca climatizzata, al fine di garantirne la buona conservazione, preservandola dai danni dovuti agli sbalzi del microclima ambientale.
Redazione Restituzioni
