L’altare funerario di forma cilindrica a festoni si è diffuso nella Venetia dalla fine del I sec. a.C. a poco dopo la metà del I sec. d.C. L’origine è probabilmente microasiatica ed insulare: si può collegare il successo di questo modello nell’area costiera veneto-settentrionale al più vasto fenomeno della ricezione e diffusione di tipologie ellenistiche nella Venetia dello scorcio del I sec. a.C. Nel processo di acquisizione del modello possono però inserirsi alcune varianti, come ad esempio la presenza di teste di animali o maschere, l’espandersi della decorazione vegetale ecc. Anche la destinazione funeraria subì modifiche: l’altare cilindrico venne utilizzato sia con funzione di ossuario, sia con funzione di segnacolo e insieme di copertura dell’urna-ossuario, come nel caso dell’esemplare qui in esame. La collocazione dell’altare in età augustea è confermata da una serie di elementi decorativi legati al tipo di acconciatura delle teste maschili (‘a calotta’) e femminili, alla sensibilità naturalistica con cui sono resi i nastri, alla compattezza delle ghirlande ecc. L’altare cilindrico a sviluppo verticale rivestì comunque un ruolo predominante nell’ambito delle necropoli altinati ed opitergine.
L’altare poggia su una base articolata, si conclude superiormente con una cornice complessa e termina con il rialzo del ‘focus’ su cui poggia il coronamento a fiamma. Tre voluminose ghirlande di frutta e fiori, avvolte da nastri, incorniciano armoniosamente tre volti umani, due maschili e uno femminile. Mentre le teste maschili presentano una corta frangia sulla fronte, quella femminile ha i capelli divisi in due bande, raccolti sulla nuca e ricadenti a riccioli ai lati del collo (variante dell’acconciatura detta all’Agrippina maggiore). Le teste presentano spiccati tratti fisionomici. Tutto lo spazio restante è coperto da una ricca decorazione ad elementi vegetali. Il coronamento ‘a fiamma’ dell’altare rappresenta l’unico caso noto, e si affianca a quello ‘a pigna’, l’altro tipo di coronamento mobile sicuramente relativo agli altari cilindrici. L’altare poggia, con funzione di copertura, su di un’urna a pseudo-cassetta che fungeva da basamento-ossuario. La faccia anteriore dell’urna recava originariamente l’iscrizione, oggi non più leggibile, mentre la parte posteriore si caratterizza per una morfologia non comune (una superficie semicilindrica sporgente dal parallelepipedo).
L’altare era ricoperto per buona parte da muschi e licheni. Il colore della pietra appariva alterato per la presenza di depositi atmosferici. Si è proceduto inizialmente con un trattamento disinfestante mediante un biocida (Preventol R 80) applicato per due volte. Dopo la rimozione meccanica con pennelli e spazzolini delle piante morte, è stata effettuata la pulitura delle superfici con un getto di acqua atomizzata. Impacchi di una soluzione debolmente basica (AB 57) in sospensione in polpa di carta sono stati effettuati per rimuovere i depositi di sostanza insolubili, penetrati in profondità. La pulitura è stata completata con l’asportazione a bisturi (o con piccoli scalpelli, procedendo poi alla relativa stuccatura) dei residui di malta e cemento presenti sui piani di contatto dell’ara cilindrica con la base. Per la sicurezza del manufatto si è preferito infatti non procedere al distacco della fiamma dall’ara cilindrica. L’applicazione a pennello di una resina acrilica (Paraloid B 72) in soluzione al 3% in Tricloroetano ha chiuso l’intervento.
Redazione Restituzioni
